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I due, il primo appartenente all’omonimo clan di Ostia, sono accusati di aver minacciato e aggredito il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro

Roma - A distanza di oltre nove anni dai fatti, temporalmente collocati nel gennaio 2007, finalmente si giunge a un’altra udienza (la seconda, a quanto è dato sapere) nel processo penale contro Armando Spada, esponente di spicco dell’omonimo clan, e Alfonso De Prosperis, imprenditore nella lavorazione del ferro molto noto a Ostia, accusati di aver minacciato e aggredito il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro e suo fratello Pino, rei di aver presentato delle denunce per abusi edilizi contro A.F., moglie separata del secondo imputato. Tale atto intimidatorio si inserisce in un’incredibile vicenda che inizia a far data dall’aprile del 2005, quando in via Peio, in zona Infernetto a Roma, iniziano improvvisamente dei lavori edilizi nella porzione adiacente all’abitazione che il noto giornalista romano, ex direttore (ancora in carica all’epoca dei fatti) e voce storica di Radio Roma, attualmente direttore di Italymedia.it, divide col fratello e la madre, in una villetta bifamiliare. Lo stesso immobile dove sta per essere ultimato il trasferimento della sede nazionale del movimento Italia dei Diritti, dopo che era stata scelta per eleggervi domicilio in occasione del deposito del simbolo per le ultime elezioni europee. E’ lo stesso De Pierro a mettere a fuoco la sequenza episodica di una lunga ed estenuante vicenda, che lo ha visto suo malgrado protagonista.
“Io e la mia famiglia siamo vittime di un’infinita sequela di ineffabili vicissitudini che partono dal lontano 2005, con abusi e vessazioni perpetrati ai nostri danni da persone in rapporti con il clan Spada di Ostia, avvalendosi delle omissioni di varie cellule deviate dell’apparato istituzionale. Una realtà più volte denunciata a mezzo di esposti e denunce, nonché di comunicati stampa e manifestazioni pubbliche di protesta, inscenate soprattutto da mia madre Lucia Salvati, dirigente scolastico in pensione, la cui veridicità è facilmente riscontrabile da una disamina della corposa piattaforma documentale che si è formata in questi anni e ictu oculi recandosi sul luogo in cui si sono consumate le azioni de quibus, in via Peio, all’Infernetto.
Mi sono sempre impegnato da giornalista e da presidente del movimento politico che presiedo a difendere le cellule più deboli del parenchima sociale, spesso calpestate e mortificate nei loro diritti dai cingoli dell’arroganza e del potere distorto di pochi eletti. Ho continuato a farlo anche quando mi sono trovato io a subire le stesse ingiustizie, evitando di occuparmene, fedele a quella regola non scritta che mi sono sempre imposto da giornalista, e cioè di evitare la personalizzazione dei fatti. Oggi credo di dover derogare a questo principio pur con qualche oggettiva difficoltà. Ho sempre coltivato l’idea di restare ancorato al credo della giustizia com
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