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Mi chiamo Carla, ho vent’anni, è il 20 aprile 1945 e sono in cerca di mio marito. Lui si è arruolato in uno speciale reparto della RSI. Sono con un’amica, Antonietta, anche suo marito è nella Repubblica Sociale. Sono stanca, la gravidanza mi appesantisce, sono al sesto mese e sento il mio piccolo che scalcia. Forse è un pò preoccupato come me. Il suo papà è in guerra. Ho paura, ma spero. A Cigliano finalmente troviamo i nostri soldati. Abbraccio mio marito, poi i partigiani ci prendono. E’ il 27 aprile, i nostri uomini sono costretti ad arrendersi, “così almeno voi donne vi salverete”, ci dicono. I partigiani fanno dirigere la colonna verso Graglia, camminiamo da quattro giorni, non ce la faccio più, con le mani cerco di proteggere mio figlio nel mio ventre, lo abbraccio. “Ce la faremo piccolo”, gli dico. Antonietta ed io siamo le sole due donne, poi ci sono 26 ufficiali fascisti, ci rinchiudono in una stanza. Sono sul punto di crollare. Aprono la porta, sono ubriachi. Ridono. Hanno in mano dei bastoni. No, non lo faranno. Mio Dio, prendono a bastonate gli uomini disarmati. Non posso guardare. Non possono bastonare anche le donne, non il mio bambino! Il legno mi spezza le ossa, fa male! Un rivolo di sangue mi scivola sulla fronte, ho la vista annebbiata, mio marito li implora di lasciarmi, abbiano pietà almeno della mia creatura! E’ la mattina del 2 maggio, grondiamo...

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